Corre veloce il pensiero dell’uomo

di Mimmo Coletti

Corre veloce il pensiero dell’uomo e immagina sentieri mai percorsi, scenari futuribili, speranze che si tramutano in tesori dell’animo. E’ il sentiero percorso da chi ama l’avventura dell’esistere, l’andare, la molla verso il domani.

Però nella sensibilità di chi sa guardare e interrogarsi e chiedersi il perché del suo posto nel mondo avanza il senso stringente e mormorante della nostalgia. Il tempo, grande e inflessibile maestro, annulla distanze e confini, diventa circolare, torna al punto di partenza almeno per quanto offra la memoria. Ma anche a non possedere intatto questo valore, agevole a tratti diventa guardare a ritroso e scovare che dalla polvere della memoria possono uscire vividissimi barbagli, scolpiti profili, squarci d’azzurro, primavere fiorite coniugate con la bellezza e l’armonia. Esiste sempre, nella vita d’ognuno, un protagonista cui si rivolgono pensieri grati per il sol fatto d’averlo avuto accanto, seguendone passi, consigli, realizzazioni.
E dunque Walter Briziarelli. Intellettuale raffinato, sincero con se stesso e con gli altri, in maniera totale e coinvolgente, artista, evocatore limpido di razionalità e d’emozioni, di riflessioni cangianti dello spirito, di interrogativi mai quieti, di traguardi infiniti per il fatto che raggiungono il sogno. Altrimenti la ricerca, l’impegno, il coraggio terminano bruscamente. Artista, s’è detto, e non faber, inventore di immagini e di situazioni e non seguace di mode stantie. Originalità piena e cantabile, in punta di pennello o di matita, sulla tavolozza mutevole al pari di nuvola in un cielo di primavera.

Nel segreto del suo studio, nel silenzio ovattato delle ore notturne, nei ritagli liberi, Walter Briziarelli ha realizzato negli anni un poema pittorico di così vaste dimensioni da lasciar stupefatti: si rivela adesso, pagina dopo pagina, ed emergono la molteplicità degli approdi, la fertilità dell’inventiva, la curiosità saggia del comporre, la bellissima e sfrangiata varietà degli esiti. La ricerca paziente ha dato frutti sempre più succosi, le stagioni estetiche si sono ampliate in maniera fitta con intersecazioni plurime. Capitoli di un volume in parte sconosciuto e ora ridestato a nuova esistenza, folgorazioni impetuose, disegni che affiorano a segnare l’epoca giovanile, mano sicura che scava nella psicologia degli altri, rivela caratteri, mette in risalto fisionomie interiorizzate. E garbatamente satiriche.

Il corpus fondamentale unisce una ventina d’anni scarsi, a partire dal ’57, anche se i paletti in questo caso non esistono. Sguardo che s’insinua nella realtà e ne sublima il lato spirituale, libertà che si apparenta alla poesia, rigore della geometria che soffia sulla vela della creatività fertile e detta le coordinate dell’architettura. Artista affascinante, denso, impossibile da racchiudere in una formula unica perchè agitato da voci diverse. Ad iniziare dalla scelta cromatica che abbraccia la solarità dei toni caldi e passa subito dopo alla fredda, nordica e quasi espressionistica selezione dei verdi e dei blu. Esperienze fauves? Non così semplice definire quest’avvampare, quest’incendio che si immette nel paesaggio rielaborato con sovrano intuito e poi risolto, magari, in direzioni di più sofferta partecipazione. E negli anni Sessanta il capitolo del sacro, il ciclo straordinario della Passione che rievoca un Soutine fiondante di grida rattenute, di plumbee pennellate, di neri che dilagano. Invocazioni e dolore lancinanti, preghiere dipinte a mo’ di confessione muta. E si cita un’Annunciata dalla tecnica formidabile, quasi un voler dimostrare — in maniera minimalista, perché rivolta a sé e non ad altri — la snellezza della mano, lo studio profondo della storia, l’acquisizione mai retorica di queste indagini. Contemporaneamente la rivelazione del non figurativo (non si usa qui il termine «astratto» che nulla dice), le spatolate di colore ad olio, sovrapposizione di idee sorrette da un’armonia intangibile. Senza mai dimenticare il ritratto, riprendendo quell’antica propensione verso la geografia del volto, lo specchio dell’interiorità, un pizzico d’ironia di cui l’uomo era ricchissimo.
Grafica in piena evidenza, sempre. Walter era disegnatore nato cui l’esercizio aveva donato unicamente un’aggiunta e non la base. Quaderni didattici (attenzione: l’aggettivo non odora del chiuso dell’aula, tutt’altro), stupefatte, intense, suggestive opere, fiori splendenti, ricomposizione di figure piane, intersecarsi di dinamismi, legami di intelletto, sapienza, invenzione. Vasarely e Munari nel suo codice, come al solito percepiti e non seguiti supinamente.

Tutto così veloce, così rapido, così improvviso. Come se Briziarelli avesse il desiderio inconfessato di fare presto, di bloccare sulla carta, sulla tela, sulla superficie il pensiero errabondo in una corsa contro l’ora fuggitiva. Nella seconda metà degli anni ’60 ancora picchi dolomitici e stesure umbre a dominare le opere, stavolta con significati insondabili, rarefatti, certo simbolici, evocativi. Inedite rappresentazioni, quasi un allontanarsi dal giorno, un rifugiarsi su vette sideree, spazi incontaminati. Pittura sintetica, essenziale: la stagione del colore, quella dell’avvio, si è trasformata, il quadro diventa un breviario laico. Parla, Briziarelli, del dramma dell’uomo, del suo personale. Sfiora l’abisso, ha voglia di colloquiare con il quadro. Tutto è registrato, tutto è redatto in maniera così commossa da lasciare sconcertati: si comprende che sono gli ultimi passi terreni.
Qui termina il suo cammino. Che è stato quello di un grande, indimenticabile uomo, esteta e non estetizzante, di un vero, straordinario, coinvolgente artista capace di firmare un’epoca ben oltre i confini dello spazio e del suo tempo.

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TECHNÈ. A regola d'arte
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