Un perugino a Treviso

di Eugenio Manzato

Nel 1973 Aldo Bressan, giovane trevigiano di bell’aspetto e di buona educazione, sposò una bellissima ragazza di Perugia che aveva conosciuto in montagna, Giuliana Briziarelli: credo che i trevigiani dovrebbero esser grati ad Aldo che, sposando Giuliana, ha portato in città - oltre che una brava moglie per sé – una storica dell’arte, un’ottima insegnante, una persona attiva nel sociale.

Veniamo ora a sapere che, al seguito di Giuliana, scendeva di tanto in tanto a Treviso anche il suo papà, armato di pennelli e colori. Stando a quanto apprendiamo di lui nell’occasione di questo omaggio che gli rende Perugia, ci spiace di non averlo conosciuto: tante sue esperienze preziose che si potevano ascoltare direttamente da lui dobbiamo scoprirle attraverso la traccia dei suoi appunti o indagando i suoi disegni e i suoi dipinti.

Egli si accosta all’arte non da semplice appassionato e dilettante ma, grazie ai suoi studi, al suo lavoro presso la Soprintendenza alle Antichità dell’Umbria, all’insegnamento all’Istituto d’arte, come un “addetto ai lavori”. E tuttavia, pur partecipando a concorsi e a qualche rara esposizione, la pittura di Walter Briziarelli rimane entro i limiti di una passione personale e privata: ciò sembra consentirgli libertà di scelte espressive e di sperimentazioni, al di là di condizionamenti della critica e del mercato. L’esercizio della pittura coincide così, spesso, con la dimensione del passatempo e della vacanza: le Dolomiti – amate da tutta la famiglia e pronube nei confronti di Giuliana – il Gargano, sono visioni dilette, soggetti frequenti dei suoi quadri.

Tra i diversi linguaggi che la sua cultura gli aveva fatto conoscere sembra egli privilegiare quello delle avanguardie europee del primo novecento, donde il suo stile , deciso nel disegno e forte nei colori, coglie echi sensibili del fauvismo e dell’espressionismo, non senza qualche concessione a scomposizioni cubiste. E’ un tipo di pittura che ai trevigiani richiama i paesaggi di un grande pittore del passato – Gino Rossi - che noi ci ostiniamo a considerare trevigiano, e che la sua grande cultura artistica pone invece decisamente a livello europeo. Non posso pertanto fare a meno di pensare a questo nostro sfortunato artista – per lui Treviso fu soprattutto luogo di sofferenza – di fronte alle vedute trevigiane di Walter Briziarelli.

Gino Rossi non riprese mai tuttavia scorci della città, ed è tanto più emozionante trovare echi del suo stile in opere di Briziarelli che riprendono ben noti angoli trevigiani. Egli punta infatti la sua attenzione sul corso del Sile, sul fluire delle acque limpide, sui prospetti dei palazzi lungo le rive: sono soggetti cari anche ad artisti trevigiani di varie epoche, dalle settecentesche “vedute alla camera ottica” di Medoro Coghetto, agli scorci intrisi di lirico naturalismo di Luigi Serena e Pavan Bennato, ai dipinti più vicini nel tempo di Nando Coletti e Renato Nesi. Le vedute di Briziarelli hanno tuttavia caratteri nuovi e diversi: da forestiero la sua indagine è più lucida e libera dai condizionamenti derivanti dall’abitudine visiva. Così La riviera Santa Margherita può offrirsi con disincanto attraverso volumi sapientemente ordinati, prismi luminosi che tendono a superare il dato oggettivo in favore di una rappresentazione più astratta e universale.

Anche in una veduta come Il Sile al Cagnan, dove il sito – famoso per la ben nota citazione dantesca – e ben riconoscibile nella pur veloce descrizione dei suoi elementi, assume un valore che va ben al di là di una narrazione localistica in virtù dello stile “europeo” che connota la composizione: ne scaturisce un’immagine di Treviso di forte pregnanza espressionista, una lettura della città del tutto nuova , di forte impatto emotivo.