Profondità e poliedricità nell’opera di Walter Briziarelli

di Sandro Allegrini

La frase posta a esergo ne “Il giorno e la notte”, catalogo del pittore Walter Briziarelli, mostra come questo penetrante e riservato Maestro sia riuscito a far coesistere una sensibilità ed una padronanza tecnica di rara efficacia con una straordinaria profondità di pensiero.

Affermava, infatti, l’Artista perugino: Tutto quello che vediamo si disperde, si dilegua. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di essa, di ciò che appare. La nostra arte deve dare il brivido della sua durata, deve farcela gustare eterna.
Si tratta indubbiamente - com’è facile cogliere con immediatezza - di una dichiarazione che acquista la valenza di una consapevole e coerente Weltanschauung, di un’autentica “poetica”, ovvero, per dirla col Binni, dell’attiva coscienza che [l’Artista] ha della sua forza poetica …e del suo impegno costruttivo nella prefigurazione e nell’attuazione delle opere cui tende, come atto di coscienza attiva e operativa dell’agire...

Insomma, Briziarelli - che ha certamente avuto un back ground culturale di tutto rispetto - se da un lato si rifà al concetto di eterno dinamismo del pànta rèi eracliteo, d’altra parte si pone come autore di un’elaborazione teorica, anche se priva di sistematicità, sui precisi compiti dell’arte.
Arte che, a suo avviso, non può limitarsi ad una pur efficace rappresentazione della realtà fenomenica, né ridursi a semplice strumento di effusione dell’Io lirico, ma deve vestirsi di moralità e prendere consapevolezza del proprio compito. Si tratta di una visione assoluta, “professionale”, rigorosa quanto priva di moralismo, perché – come diceva Croce – l’opera si sottrae ad ogni discriminazione morale…altrettanto varrebbe…giudicare morale il quadrato o immorale il triangolo.
Intendo sostenere che l’opera di Briziarelli è improntata a moralità, nel senso che riesce a proporsi come prodotto artisticamente impeccabile e profondamente onesto.
Insomma: per Briziarelli, la capacità dell’Artista, di spingersi oltre l’epifenomeno, deve tendere a fornire l’illusione che il flusso inarrestabile della vita - che ci sfiora e ci fa partecipi, solo per un attimo, della sua eternità - possa essere magicamente “congelato” nell’opera d’arte, per farci provare la splendida illusione di un brivido d’eternità. L’intuizione dell’eternità nasce, infatti, nella sfera del sensibile, ma si trasforma e si sublima come atto spirituale che appartiene al mondo intellettivo e fantastico. Così, se la vis movens rimane l’empirìa, l’intuizione artistica di Briziarelli tende ad un sostanziale superamento della forma (Gestalt) per cogliere l’esistenza temporale nella sua radice di eternità. In tal modo, l’Artista diviene concretamente poietès, facitore, demiurgo, capace di proporre un’efficace mediazione tra l’individuo e la realtà, specie quando essa si presenti nella veste smagliante ed effimera del trascorrere del tempo, che comporta il modificarsi delle apparenze e della loro percezione sensibile.

In questo senso - ne sono convinto - è corretto leggere l’affermazione del Maestro.
Ritengo, inoltre, che alla formazione di questa posizione non sia estranea l’attività - svolta per anni con dedizione - d’insegnante e di educatore, capace di fornire ai propri allievi le coordinate di un impegno che non può ridursi a mera manualità o ad un pur indispensabile possesso delle tecniche, ma deve sapersi collocare sul versante della consapevolezza dei fini e dei compiti dell’Arte. D’altra parte, non è difficile osservare come l’opera di Briziarelli spazi in ambiti disparati e si appoggi a linguaggi assai diversi, che si fanno garanti di un continuo processo di ricerca, quasi a voler testimoniare come l’artista vero non si lasci ingabbiare da pregiudizi o barriere e possa sperimentare tecniche e processi differenti in piena libertà.
Così osserviamo il figurativo realistico dei ritratti ad olio, ove l’Artista tende a rendere non solo e non tanto l’aspetto esteriore, quanto la personalità più intima e nascosta, quasi a voler trovare in interiore homine le ragioni più autentiche delle individualità.

Nei paesaggi, Briziarelli tende ad afferrare l’essenza della realtà, senza dilungarsi in un descrittivismo che non gli appartiene e che farebbe torto all’esigenza personale di cogliere nel poco la sostanza del molto, perché spesso la parte vale più del tutto e la realtà va trascesa in nome della ricerca dell’essenzialità, di quell’idea compiuta e inimitabile che Platone poneva come incorruttibile modello del fenomeno sensorialmente percepibile, che ne costituisce semplicemente una copia sbiadita e imperfetta.
La scarsa produzione sacra, connotata da tinte guttusiane, è caratterizzata dalla drammaticità e dall’incorporeità dei personaggi, come quell’immagine inquietante del Cristo, filiforme e tragico, colto nella sua umanità stravolta e sofferente, abbandonata, esausta, rassegnata. Questa produzione appartiene probabilmente all’ambito delle “esercitazioni”, completa una “ricerca”, parzialmente riuscita, ma non corrisponde alla cifra più autentica dell’Artista. Cifra che, al contrario, ritengo di poter individuare nella grafica e nei paesaggi a pennarello che s’ispirano a solide volumetrie, ove la realtà pare quasi spogliata dell’accessorio e ricondotta al rigore di un disciplinato esprit de géométrie, in omaggio al principio galileiano secondo il quale la natura è un libro scritto a caratteri matematici.
Il culmine della ricerca di Briziarelli è costituito dagli studi optical, in cui l’Artista, con essenzialità di mezzi, ma con esiti di assoluta modernità, propone una visione metafisica della realtà, resa attraverso un intreccio severo e ordinato di tratti.

Anche l’iperrealismo di Inganno costituisce un prezioso documento di come la ricerca possa comportare conclusioni artistico-filosofiche di rara efficacia e rigore, riuscendo a fermare il tempo per eternare sparsi brandelli di realtà, facendoci sentire, in un mondo cieco ed ostile, il peso immenso e doloroso di un’insormontabile solitudine.
Quella solitudine, quasimodianamente trafitta da un raggio di sole, che prelude comunque ad una “sera” inquietante e ineluttabile.